1. Santa Teresa d’Avila (1515–1582)“Humility is truth.”
      (trad. abituale: “L’umiltà è verità.”)
      – In Teresa l’umiltà è stare nella verità davanti a Dio: né gonfiarsi, né disprezzarsi, ma lasciarsi definire dal suo sguardo.
    2. San Bernardo di Chiaravalle (1090–1153)“The three most important virtues are humility, humility, and humility.” 
      – Per Bernardo l’umiltà è il terreno su cui crescono tutte le altre virtù: senza, anche le opere migliori si corrompono.
    3. Tommaso da Kempis (ca. 1380–1471) – Imitazione di Cristo“It is the humble man whom God protects and liberates; it is the humble whom He loves and consoles.” 
      – Qui l’umiltà è condizione per la protezione e la consolazione di Dio: non solo atteggiamento morale, ma spazio di grazia.
    4. Santa Teresa di Lisieux (1873–1897)“To enjoy these treasures we must humble ourselves, must confess our nothingness – and here is where many a soul draws back.” 
      – La “piccola via” vede nell’umiltà il varco per entrare nei tesori della misericordia: molti si fermano proprio qui, davanti al riconoscimento del proprio “nulla”.
    5. San Giovanni della Croce (1542–1591)“To be taken with love for a soul, God does not look on its greatness, but the greatness of its humility.” 
      – Nel dottore mistico carmelitano l’umiltà è il vero criterio della “grandezza” agli occhi di Dio, più dei doni e delle opere.

  • L’umiltà è una parola sospetta nel lessico contemporaneo. Sembra odore di sottomissione, di annullamento, di “farsi tappetino”. Nella tradizione spirituale cristiana, però, l’umiltà è tutt’altro: è lucidità, radicamento nella verità, libertà dall’ossessione di sé. È la virtù che permette di restare a contatto con la realtà – di Dio, degli altri, e di noi stessi – senza deformarla.

    In questo articolo vorrei sostare su alcuni frammenti di tradizione (santi, mistici, testi devozionali) che hanno pensato e vissuto l’umiltà in profondità, e accennare a come la famosa Litania dell’umiltà radicalizzi ancora oggi questa chiamata liberante.


    1. “Humus”: l’umiltà come stare nella verità

    Etimologicamente, umiltà viene da humus, terra. L’umile è colui che “sta a terra”, non nel senso di essere schiacciato, ma di essere ben piantato nel reale. L’opposto non è la dignità, ma l’illusione: la superbia è il vivere in una narrazione falsata su di sé, sugli altri, su Dio.

    La tradizione cristiana insiste proprio su questo: l’umiltà coincide con la verità.

    • Per Teresa d’Avila, l’umiltà nasce dalla conoscenza di sé alla luce di Dio – dei propri limiti ma anche della propria preziosità. Nelle Mansioni (il Castello interiore) arriva a dire che “il fondamento di tutto l’edificio” spirituale è l’umiltà: senza, Dio stesso “per il nostro bene” non permette che la costruzione salga troppo, per non vederla crollare.
    • Thomas à Kempis, nell’Imitazione di Cristo, lega l’umiltà alla vita interiore: chi cerca lodi e approvazione esterna non può davvero cercare Dio; la grazia “si dona all’umile e si ritrae dal superbo”.

    Non si tratta di pensare male di sé, ma di smettere di costruire un personaggio. L’umile non si idolatra e non si odia: si lascia definire dalla verità di Dio su di lui.


    2. Teresa d’Avila: l’umiltà come fondazione della vita interiore

    Nel Castello interiore, Teresa descrive l’anima come una dimora a molte “stanze”. L’ingresso reale in questo castello avviene quando la creatura smette di girare distratta attorno alle mura e impara a rientrare in sé, nella preghiera del cuore.

    Ma questa crescita non è possibile senza un’opera paziente di umiltà. Teresa collega continuamente:

    • umiltà
    • conoscenza di sé
    • conoscenza di Dio

    Più conosco Dio, più relativizzo i miei meriti; più conosco la mia fragilità, più mi apro alla sua misericordia. L’umiltà, per lei, è anche protezione: senza questa base, le grazie mistiche diventano pericolose, alimentano illusioni spirituali, compiacimenti, protagonismi sottili.

    C’è una frase molto teresiana che riassume bene questo dinamismo (la troviamo nel solco dei suoi scritti): umiltà e amore sono inseparabili; non può esistere l’una senza l’altro.
    Se l’umiltà è solo disprezzo di sé, non è evangelica. Se l’amore è senza umiltà, scivola facilmente nella vanità o nel possesso.


    3. La “Litania dell’umiltà”: disinnescare il bisogno di essere al centro

    Tra i testi devozionali del XX secolo, la Litania dell’umiltà ha qualcosa di chirurgico. Comunemente attribuita al cardinale Rafael Merry del Val, collaboratore di Pio X e Segretario di Stato vaticano, questa preghiera chiede di essere liberati da due blocchi speculari: il desiderio di certi riconoscimenti e il timore di alcune umiliazioni.

    La struttura è semplice e radicale:

    • Dal desiderio di essere stimato, amato, lodato, preferito… liberami, Gesù.
    • Dal timore di essere umiliato, disprezzato, dimenticato, calunniato… liberami, Gesù.

    Non è un testo “auto-distruttivo”: è un esame radiografico delle dipendenze affettive che ci abitano tutti – magari in forme sottili.
    Questa litania mette a nudo:

    • la nostra fame di approvazione (social, ecclesiale, accademica, relazionale);
    • il nostro terrore di essere messi da parte, fraintesi, ridicolizzati.

    Pregandola seriamente ci si accorge di quanto l’io cerchi costantemente conferme. L’umiltà, qui, non è piacere di soffrire, ma desiderio di una libertà più grande: quella di non essere determinati dall’applauso o dal fischio.

    In un certo senso, la litania ci educa a un nuovo centro: non io e la mia immagine, ma Cristo “mite e umile di cuore”, che accetta di essere giudicato, respinto, ignorato, senza smettere di amare.


    4. I gradini dell’umiltà: Bernardo di Chiaravalle e la scuola benedettina

    Molto prima di Merry del Val, la tradizione monastica aveva riflettuto sull’umiltà in termini di “gradini” o “scale” interiori.

    • San Benedetto, nel capitolo 7 della Regola, descrive una vera e propria scala di dodici gradi di umiltà, che parte dal timore di Dio e dall’obbedienza, passa per la capacità di accettare correzioni, di riconoscere la propria inferiorità, di moderare la parola, fino a una pace interiore in cui l’umiltà diventa spontanea.
    • Su questa base, Bernardo di Chiaravalle elabora nel XII secolo il trattato I dodici gradi dell’umiltà e della superbia, sviluppando parallelamente una “scala” di discesa (umiltà) e una “scala” di salita (superbia).

    In questa ottica, l’umiltà non è uno stato emotivo ma un percorso pedagogico. Alcuni passaggi tipici:

    1. smettere di seguire sempre la propria volontà;
    2. imparare l’obbedienza concreta;
    3. accettare di essere giudicati e corretti;
    4. non cercare di distinguersi continuamente;
    5. arrivare a una quieta consapevolezza di essere piccoli davanti a Dio.

    È un cammino che ha risonanze molto attuali: in un mondo che ci spinge alla self-promotion permanente, queste pagine monastiche sono quasi un contro-manuale di “personal branding”.


    5. “Imitare Cristo”: umiltà come stile di vita nascosto

    L’Imitazione di Cristo, il grande classico devoto della Devotio Moderna (XV sec.), insiste con forza sulla discrezione, sul nascondimento, sul non cercare grandezze. Secondo la tradizione, Thomas à Kempis scrive in un contesto dove la vita interiore viene posta al centro, anche a costo di una certa diffidenza verso le esibizioni esteriori.

    L’itinerario che propone passa attraverso alcuni movimenti chiave:

    • non attribuirsi il bene: ogni dono è grazia;
    • accettare di essere dimenticati: non è importante “chi” fa qualcosa, ma che il bene si compia;
    • fuggire le lodi inutili: chi cerca troppo di piacere agli uomini rischia di perdere il gusto delle cose di Dio.

    Non sorprende che questo testo abbia influenzato profondamente figure come Teresa di Lisieux, che costruirà la sua “piccola via” proprio come via di umiltà, piccolezza, fiducia illimitata nella misericordia.


    6. Umiltà oggi: qualche traccia pratico-contemplativa

    Che cosa possono dire queste voci a chi oggi vive immerso tra algoritmi, performance, visibilità?

    Alcuni spunti, senza trasformarli in ricetta:

    1. Fare verità sulle proprie “liturgie” di approvazione
      • Da che cosa misuro il mio valore? Dall’engagement? Dalle risposte? Dagli inviti che ricevo?
      • Che cosa succede dentro di me quando vengo ignorato, non menzionato, superato?
    2. Praticare gesti nascosti
      • Piccoli atti di servizio che nessuno vede e nessuno saprà mai;
      • Decisioni consapevoli di non intervenire per prendere il merito, di lasciare spazio agli altri.
    3. Chiedere umiltà, non umiliazioni
      • L’umiltà cristiana non cerca il male, non gode del disprezzo;
      • chiede piuttosto la libertà di non essere posseduti dalla fame di riconoscimento. La Litania dell’umiltà può essere pregata proprio in questo senso: come atto di fiducia, non di autodenigrazione.
    4. Coltivare la conoscenza di sé alla luce di Dio
      • Un serio esame di coscienza, un accompagnamento spirituale, la lectio divina sono luoghi concreti dove imparare a guardarsi senza trucco né condanna.

    In fondo, il movimento dell’umiltà è un movimento di sgravamento: smettere di reggere da soli la propria immagine e lasciare che il proprio valore riposi in Qualcun Altro.


    7. Una virtù di soglia

    Per un progetto come Narthex, che vuole essere “soglia” piuttosto che sala d’onore, l’umiltà è più di una virtù morale: è un criterio di lettura della realtà ecclesiale e culturale.

    • È umile un discorso spirituale che non pretende di avere l’ultima parola, ma di aprire spazi.
    • È umile una teologia che sa restare in ascolto delle ferite reali delle persone, evitando sia i moralismi sia le autoassoluzioni facili.
    • È umile una Chiesa che non teme di riconoscere i propri peccati, pur continuando a proclamare il Vangelo.

    Forse, alla fine, l’umiltà è proprio questo: accettare di restare nel narthex – quello spazio di soglia, tra piazza e navata – e da lì guardare il mondo e le tradizioni, senza possederle, ma lasciandosi convertire da esse.


    Bibliografia essenziale

    In lingua italiana

    • Teresa di Gesù (d’Avila)Il Castello interiore (varie edizioni italiane, ad es. Paoline, San Paolo).
    • Teresa di Gesù (d’Avila)Cammino di perfezione (varie edizioni).
    • Tommaso da KempisImitazione di Cristo (numerose traduzioni italiane; classico della devozione).
    • Bernardo di ChiaravalleI gradi dell’umiltà e della superbia (ed. Qiqajon, Bose, o altre edizioni italiane del trattato The Twelve Degrees of Humility and Pride).
    • Teresa di Gesù Bambino (di Lisieux)Storia di un’anima (varie edizioni).
    • Rafael Merry del ValLitania dell’umiltà (testo devozionale reperibile nei principali sussidi di preghiera e online sui siti cattolici).

    In lingua inglese

    • Teresa of ÁvilaThe Interior Castle or The Mansions, trad. E. Allison Peers o Mirabai Starr.
    • Teresa of ÁvilaThe Way of Perfection (numerose edizioni in inglese).
    • Thomas à KempisThe Imitation of Christ (edizioni critiche e popolari; consultabile anche gratuitamente online).
    • Bernard of ClairvauxThe Twelve Degrees of Humility and Pride.
    • Dietrich von HildebrandHumility: Wellspring of Virtue (Sophia Institute Press, 1997): una riflessione filosofico-spirituale moderna sull’umiltà come “sorgente” di tutte le virtù.
    • J. Augustine Wetta, O.S.B.Humility Rules: Saint Benedict’s Twelve-Step Guide to Genuine Self-Esteem (Ignatius Press): lettura contemporanea e accessibile della scala benedettina dell’umiltà.

  • In lettura: Mistica e coscienza. Vedere dentro, di Antonella Lumini, Edizioni Paoline, 2024.

    Mi sono imbattuta nel lavoro di ricerca spirituale e pratica esicastica di Antonella Lumini per puro caso qualche anno fa. Mentre mi accingevo a scrivere l’introduzione critica ad un volume dedicato alla filosofia non-dualistica in un confronto tra la visione cristiana e quella dell’Advaita-Vedanta, ho scoperto che cuore della città di Firenze esiste una realtà di contemplazione, meditazione e introspezione che riproduce l’esperienza della Pustinia orientale. Questa realtà è guidata da Antonella Lumini a beneficio di chiunque si voglia accostare a questa pratica, in una fuga mundi cittadina che rigenera mente e cuore e permette di riconnettersi al mistero dell’Eterno in mezzo al caos della vita moderna. Da quell’incontro casuale ho voluto leggere l’allora recente La custode del silenzio che Lumini ha scritto a quattro mani con il giornalista Paolo Rodari nel 2016 e mi sono letteralmente innamorata del percorso che Antonella racconta, propone, promuove e condivide. La ragione forse principale è la natura interdisciplinare, se possiamo così dire, ecumenica del progetto: integrare una pratica che attiene al Cristianesimo orientale nella propria vita spirituale, indipendentemente dalla confessione a cui si afferisce. Andare alle origini, mi è parso il messaggio sotteso a questo bisogno di riconessione con il Mistero facendosi aiutare da modalità di meditazione profonda cristiana antiche, da riscoprire e rivalutare.

    In una recente incursione libresca presso il negozio Elledici annesso alla Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino, cercando con curiosità tra i libri a scaffale nella sezione “mistica e spiritualità” ha catturato la mia attenzione il recente volume della Lumini, dal titolo “Mistica e coscienza. Vedere dentro” (2024). Già durante gli studi universitari avevo sviluppato un forte interesse per la mistica e la spiritualità femminili in ambito cristiano, specialmente negli addentellati cattolici, e la possibilità di respirare scritti più contemporanei e aperti all’integrazione di tradizioni diverse mi è sembrata un’occasione unica per ampliare le mie conoscenze e approfondire il percorso di ricerca spirituale continua intrapreso. Leggere questo tipo di scritti richiede un tempo dedicato congruo e attento ad ogni parola, perché ogni parola è densa e intrisa di significato e prospettiva. Al termine della lettura pubblicherò la recensione del volume sulle pagine di questo blog.

    Riferimenti bibliografici

    A. Lumini, P. Rodari, (2016), La custode del silenzio. “Io, Antonella, eremita di città”, Torino, Einaudi.
    A. Lumini, (2024), Mistica e coscienza. Vedere dentro, Milano, Paoline Editoriale Libri.

  • Side notes about: “When Your Prayer is Lacking” — Catechism in a Year, hosted by Fr. Mike Schmitz, featuring Sr. Miriam James Heidland.

    Prayer is often discussed as either a skill to master or a feeling to chase, yet the video under review proposes something sturdier: prayer as the place where truth forms the heart, a theology of the heart. The content invites viewers to move beyond the familiar split between “learning about God” and “living with God,” showing how doctrine and devotion belong together. It frames prayer not as a niche practice for the professionally religious, but as the daily vocation of the baptised, ordinary, repeatable, and quietly transformative. Central to its vision is the recovery of solitude. In an age saturated with noise and perpetual connection, the argument is simple and bracing: interior silence is the soil where communion with God takes root.

    The presentation further identifies three common roadblocks —feeling unqualified, feeling ashamed, and “having no time” —and offers clear, workable remedies that consecrate small portions of each day to God without romanticism or excess. What emerges is a practical theology of prayer: bringing subjective experience —its hopes, fears, and constraints —into contact with the objective reality of God given in Christ and mediated by the Church’s rhythms. The result is an introduction compelling in its clarity and humane in its expectations, well-suited to readers seeking a path that is both theologically grounded and concretely livable.

    Framing the context

    In the Catechism of the Catholic Church (CCC), prayer is grouped in two complementary ways:

    1) The five basic forms of prayer (what we do) — CCC 2626–2643

    1. Blessing and Adoration
    2. Petition (asking pardon and for our needs)
    3. Intercession (praying for others)
    4. Thanksgiving
    5. Praise

    2) The three expressions of prayer (how we do it) — CCC 2700–2724

    1. Vocal prayer
    2. Meditation
    3. Contemplative prayer

    To sum up, prayer practice consists of five forms (blessing/adoration, petition, intercession, thanksgiving, praise) and three expressions (vocal, meditation, contemplative).

    Religious scholarship often posits a false dichotomy between acquiring knowledge about God and living in a relationship with God. In many approaches to Christian formation, theological study is treated as distinct from the practice of faith, as though the systematic acquisition of doctrine and the cultivation of the spiritual life were separable and unrelated pursuits.

    The inner dimension

    Fr. Schmitz underscores a pivotal distinction in prayer: the necessity of solitude. Prayer requires withdrawing into quiet; God is encountered in silence set apart. Such solitude becomes a space of grace, sought, approached, and received in deeper union with the Lord. In a culture marked by noise and constant connectivity, the capacity for sustained quiet has diminished. Yet this interior solitude is the condition for the most profound communion with God and the cultivation of a pure, deep relationship with him.

    What Are You Looking For? The Obstacles to Prayer

    According to Sr. Miriam, three principal obstacles hinder prayer:

    A sense of disqualification

    Prayer is often relegated, in common discourse, to the realm of the “religious”, priests and members of consecrated life, rather than the baptised faithful at large. This is a serious misunderstanding. As Sr. Miriam notes, “we are called to holiness through baptism,” and prayer is the ordinary, daily means by which that calling is embraced. Far from being a specialist’s task, prayer is integral to Christian identity and growth; it shapes the person God intends one to become.

    Shame before God

    Another barrier is the fear of being seen by God in one’s poverty, sin, or confusion. Shame can suggest that only a perfected self may approach the Lord. In truth, Christian prayer presupposes need: it is precisely the wounded, the uncertain, and the imperfect who are invited to come. Honest vulnerability is not an impediment to prayer but its proper starting point.

    Perceived lack of time

    A final obstacle is the conviction that there is simply “no time” to pray. This often rests on hidden assumptions that prayer must be long to be real, that it requires ideal conditions, or that it competes with “productive” tasks. In fact, prayer flourishes through regularity more than duration. Brief, intentional periods, upon waking, before meals, during a commute, or in an evening examen, can sustain a living relationship with God. Setting modest, consistent commitments (e.g., five to ten minutes daily), attaching prayer to existing routines, and creating small zones of silence (phone off, notifications paused) make space without overhauling a schedule. When possible, anchoring the day with the Church’s rhythms, the Liturgy of the Hours, lectio divina on the daily readings, or Eucharistic adoration, further integrates prayer into ordinary life. The issue is less the scarcity of minutes than the deliberate consecration of them; ordered intention turns scattered time into sacred time.

    A shift that changes it all

    When obstacles to prayer show up (feeling unqualified, feeling ashamed, or feeling too busy), the way forward is to let real, everyday experience meet the steady truth of who God is and what God gives.

    Remember who you are
    Baptism already names a person as called to holiness. A simple daily rhythm makes that real: a short morning prayer, a few quiet minutes at some point in the day, and a brief review at night. Prayer is not for specialists; it is part of Christian life itself.

    Let yourself be seen 
    Prayer does not wait for perfection. It starts with honesty, using the Psalms when words are hard, asking plainly for help, and turning to the sacraments, especially confession, where mercy is not a feeling but a gift received. God’s gaze steadies the heart more than self-scrutiny ever can.

    Make small, firm spaces for God
    Time appears when a day is anchored. Protect five to ten quiet minutes — on waking, before meals, or before sleep — and guard them from noise and notifications. A chair, a corner, a commute can become a “little cell.” Fidelity matters more than length.

    Let head and heart work together
    Study can become prayer, and prayer can be guided by good teaching. Slowly read the day’s Gospel, linger over one truth, and end with a moment of adoration or gratitude. Knowledge of God is meant to lead to trust in God.

    Lean on the Church’s steady rhythm
    Mass, the Liturgy of the Hours, and Eucharistic adoration give shape when energy is low and keep balance when zeal runs high. These practices are “objective” in the best sense: reliable and life-giving.

    Don’t walk alone

    A spiritual director or steady confessor helps sort feelings and choices in the light of the Gospel. A shared commitment — like a weekly holy hour — turns desire into a habit that lasts.

    In short, prayer grows when ordinary life is gently re-ordered by baptismal identity, honest mercy, simple structure, the Church’s rhythm, and faithful companionship. That is what it looks like to let “subjective experience meet the objective reality of God” — and it is how a real, durable life of prayer takes root.

    References

    Catholic Church (2000) Catechism of the Catholic Church: revised in accordance with the official Latin text promulgated by Pope John Paul II. Washington, DC: United States Catholic Conference.

    Catechism of the Catholic Church, forms of prayer:

    • Blessing and Adoration — CCC 2626–2628.
    • Petition — CCC 2629–2633.
    • Intercession — CCC 2634–2636.
    • Thanksgiving — CCC 2637–2638.
    • Praise — CCC 2639–2643.

    Expressions of prayer:

    • Vocal prayer — CCC 2700–2704.
    • Meditation — CCC 2705–2708.
    • Contemplative prayer — CCC 2709–2724.

    Catechism in a Year (with Fr. Mike Schmitz) YouTube channel: https://www.youtube.com/@TheCatechismInAYear

    On the Hallow AppCatechism in a Year [https://hallow.app.link/aXwgXq4isVb

  • Partiamo dal nome: nelle basiliche paleocristiane e bizantine il narthex era il vestibolo / portico d’ingresso, lo spazio liminare tra l’esterno e la navata. Si trattava del luogo di passaggio e accoglienza, dove si trovavano catecumeni e penitenti, attraverso il quale si entrava, ci si orientava e si accedeva al mistero. In quanto prima soglia di accesso, in quest’area avevano sede gli annunci, si svolgevano processioni, si depositavano iscrizioni e vi si trovavano luci e candele.

    Lo scopo di questo blog è quello di far entrare i lettori nel patrimonio culturale cristiano attuale attraverso i suoi media (libri, podcast, video, app) – a trecentosessanta gradi – senza forzare un registro devozionale, ma essere un luogo di incontro e mediazione, lavoro intellettuale, cella monastica in contatto con il mondo, senza turbamenti faziosi, oltre le barriere geolinguistiche e confessionali. La natura del “narthex” è intrinsecamente ecumenica, in quanto esso appartiene tanto alla tradizione occidentale quanto a quella orientale. Il tono di questo progetto non è di per sé accademico o, perlomeno, non esclusivamente, ma l’idea portante è quella di dialogare tra mondi che navigano la contemporaneità attraverso i suoi strumenti, mezzi e linguaggi. Il narthex è la metafora editoriale scelta per definire lo stare sulla soglia e quindi, attraverso introduzioni, contesti e chiavi di lettura, le recensioni e i testi presenti in questo spazio vogliono essere un invito ad entrare più in profondità, ma a partire dal percorso di ciascun lettore – senza imposizioni da Torre d’avorio.  

    Nel marasma dei social media che da anni popola la Rete, il mondo cristiano si è via via ritagliato uno spazio sempre più vivace in contenuti e dibattiti; uno spazio che supera confini linguistici e geografici. La ricchezza che si trova a disposizione oggi è in continuo fiorire, ma richiede una soglia di accessibilità che non è sempre a disposizione di tutti. Negli anni ho raccolto appunti, suggestioni e riflessioni sul vasto panorama cristiano online riconoscendone il grande valore culturale e il bisogno di condividerne i frutti, in una ricerca continua. 

    L’idea nasce dal bisogno di riunire in un unico spazio intellettuale, tanto personale (per renderlo indipendente) quanto condiviso (per renderlo attuale), la miriade di parole scritte a seguito di suggestioni di lettura, visive, di ascolto e di esperienza diretta inerenti un forte interesse teologico da parte di chi scrive e altresì tenere traccia del discorso spirituale cristiano attuale in Rete, così ricco e ampio da rischiare di non essere pienamente colto da chi è in cammino. 

    Le fonti disponibili a cui accedere oggi per immettersi nel discorso comunitario online sono infinite, riuscire a tenere traccia di tutto ciò che si ritiene interessante e degno di nota – fuor di polemica – non è un’impresa facile, ma è oltremodo necessaria. La formazione spirituale è un percorso intimo e personale che si costruisce selezionando ciò che si ritiene benefico alla propria crescita interiore a partire dalla definizione dei propri “non-negotiable”, come si dice in inglese. Sul web scoppiano continue polemiche e dibattiti all’interno della comunità cristiana, specialmente sul versante cattolico, e seguendo questi strali – spesso manchevoli di conoscenza e pure intenzioni – si corre il rischio di deviare da un percorso di fede autentico e perfettibile. “Perfettibile”, un aggettivo così tanto sottovalutato oggi, quasi dimenticato. Non “perfetto” ma “perfettibile”. Ogni giorno c’è un motivo per darsi contro, per soverchiare, dominarsi, imporre le proprie “idee”, sostanzialmente separare anziché intessere un dialogo, prima di tutto sul piano umano. Gridano tutti, da tutte le parti imitando un’apologetica che facendo la voce grossa impone visioni miopi e talvolta pericolose, peraltro quasi mai sostenute da un sapere solido o anche solo dalla volontà di conoscere di cosa si sta parlando. Ma un’apologetica pasionaria non può comunque prescindere dallo studio concreto oltre che dall’esperienza personale o rischia di diventare un autoreferenzialismo vuoto, che innesca guerriglie intestine nella comunità, che allontana anziché avvicinare, che distanzia anziché incontrare. Come si fa ad accettare e partecipare a queste arene senza leoni reali? Da dove nasce l’idea che l’espressione di un’opinione diversa su un tema religioso sia immediatamente la prova di una nuova persecuzione? Non ho mai compreso come vivere una fede autentica potesse fare il paio con l’odiare o fomentare odio. Non ho mai realmente compreso come il monito del “non giudicare”, tanto evangelico quanto paolino, potesse essere il più sottovalutato nell’etica cristiana e nella pratica sociale quotidiana. I social sono una cassa di risonanza enorme per questa distorsione del messaggio. Per restare savi occorre tornare alla propria scrivania, ai propri appunti, al reclamare uno spazio più sicuro per permettersi la riflessione, l’elaborazione e la condivisione ragionata.

    Anziché cedere alla tentazione di ingaggiare lotte intestine con i propri fratelli per determinare chi la spunterà, è meglio prendersi del tempo di ritiro e riflettere individualmente su certe tematiche. Ecco perché nasce questo blog: da un’esigenza di fare chiarezza nel caos informativo, dal bisogno di scrivere ed esercitare l’intelletto fuori dai taccuini accademici, dalla voglia di provare a documentare un percorso, dal farsi risorsa comune. C’è troppo rumore per potersi veramente dedicare alla ricerca spirituale interiore, per capire cosa si sta ascoltando e leggendo. Non c’è profondità di pensiero, né pensiero critico, non c’è volontà epistemologica ed euristica – o comunque è troppo poco per sentirsene davvero stimolati. Troppo frastuono umano per attendere le cose divine. Chiunque sia in cammino autentico, ad un certo punto del percorso in questo stordente marasma si rende conto che bisogna frenare, fermarsi e resettare la via. Ci si può domandare quanto siano distanti alcune attuali istanze della comunità cristiana dalla Sequela Christi strettamente intesa. Ecco perché torna utile il lavoro intellettuale individuale: perché esso richiede silenzio e tempo di riflessione, due elementi che nel mondo contemporaneo sembrano mancare e non avere più reale peso – malgrado le migliori intenzioni dei movimenti slow living, slow life, quelli pseudo-pauperistici in salsa laica come il frugal living per arrivare al minimalist living talvolta assunto a pratica ascetico-spirituale di matrice cristiana al grido di “Gesù era un minimalista”. Possiamo spogliarci di tutto, ma se ci spogliamo anche del rispetto e dell’amore per il prossimo implodiamo nell’ego e smettiamo automaticamente di perseguire la Verità che rende liberi. Contestualizzazione e attualizzazione sono due quadri di riferimento che troppo spesso si frappongono creando confusione e generando inesattezze.

    Qui si scrive di ciò che si è letto, si sta leggendo, si è ascoltato e si sta ascoltando, si è guardato e si sta guardando, proponendo commenti, recensioni, note a margine e appunti sfilacciati con l’unico intento di costruire uno spazio di ricerca e conoscenza continua. Chi scrive ha una formazione antropologica, linguistica e teologica – di cui le prime due a livello dottorale – e spesso informerà i suoi scritti degli strumenti e delle suggestioni che le discipline accademiche possono dare. Ma questo resta prima di tutto uno spazio personale di lavoro intellettuale, il quale – quindi – può ergersi al di sopra e al di fuori delle necessità da scholar per mettersi i sandali del semplice studente, mantenendo una mente curiosa e un cuore aperto all’esplorazione e alla ricerca di senso continuo.