L’umiltà è una parola sospetta nel lessico contemporaneo. Sembra odore di sottomissione, di annullamento, di “farsi tappetino”. Nella tradizione spirituale cristiana, però, l’umiltà è tutt’altro: è lucidità, radicamento nella verità, libertà dall’ossessione di sé. È la virtù che permette di restare a contatto con la realtà – di Dio, degli altri, e di noi stessi – senza deformarla.

In questo articolo vorrei sostare su alcuni frammenti di tradizione (santi, mistici, testi devozionali) che hanno pensato e vissuto l’umiltà in profondità, e accennare a come la famosa Litania dell’umiltà radicalizzi ancora oggi questa chiamata liberante.


1. “Humus”: l’umiltà come stare nella verità

Etimologicamente, umiltà viene da humus, terra. L’umile è colui che “sta a terra”, non nel senso di essere schiacciato, ma di essere ben piantato nel reale. L’opposto non è la dignità, ma l’illusione: la superbia è il vivere in una narrazione falsata su di sé, sugli altri, su Dio.

La tradizione cristiana insiste proprio su questo: l’umiltà coincide con la verità.

  • Per Teresa d’Avila, l’umiltà nasce dalla conoscenza di sé alla luce di Dio – dei propri limiti ma anche della propria preziosità. Nelle Mansioni (il Castello interiore) arriva a dire che “il fondamento di tutto l’edificio” spirituale è l’umiltà: senza, Dio stesso “per il nostro bene” non permette che la costruzione salga troppo, per non vederla crollare.
  • Thomas à Kempis, nell’Imitazione di Cristo, lega l’umiltà alla vita interiore: chi cerca lodi e approvazione esterna non può davvero cercare Dio; la grazia “si dona all’umile e si ritrae dal superbo”.

Non si tratta di pensare male di sé, ma di smettere di costruire un personaggio. L’umile non si idolatra e non si odia: si lascia definire dalla verità di Dio su di lui.


2. Teresa d’Avila: l’umiltà come fondazione della vita interiore

Nel Castello interiore, Teresa descrive l’anima come una dimora a molte “stanze”. L’ingresso reale in questo castello avviene quando la creatura smette di girare distratta attorno alle mura e impara a rientrare in sé, nella preghiera del cuore.

Ma questa crescita non è possibile senza un’opera paziente di umiltà. Teresa collega continuamente:

  • umiltà
  • conoscenza di sé
  • conoscenza di Dio

Più conosco Dio, più relativizzo i miei meriti; più conosco la mia fragilità, più mi apro alla sua misericordia. L’umiltà, per lei, è anche protezione: senza questa base, le grazie mistiche diventano pericolose, alimentano illusioni spirituali, compiacimenti, protagonismi sottili.

C’è una frase molto teresiana che riassume bene questo dinamismo (la troviamo nel solco dei suoi scritti): umiltà e amore sono inseparabili; non può esistere l’una senza l’altro.
Se l’umiltà è solo disprezzo di sé, non è evangelica. Se l’amore è senza umiltà, scivola facilmente nella vanità o nel possesso.


3. La “Litania dell’umiltà”: disinnescare il bisogno di essere al centro

Tra i testi devozionali del XX secolo, la Litania dell’umiltà ha qualcosa di chirurgico. Comunemente attribuita al cardinale Rafael Merry del Val, collaboratore di Pio X e Segretario di Stato vaticano, questa preghiera chiede di essere liberati da due blocchi speculari: il desiderio di certi riconoscimenti e il timore di alcune umiliazioni.

La struttura è semplice e radicale:

  • Dal desiderio di essere stimato, amato, lodato, preferito… liberami, Gesù.
  • Dal timore di essere umiliato, disprezzato, dimenticato, calunniato… liberami, Gesù.

Non è un testo “auto-distruttivo”: è un esame radiografico delle dipendenze affettive che ci abitano tutti – magari in forme sottili.
Questa litania mette a nudo:

  • la nostra fame di approvazione (social, ecclesiale, accademica, relazionale);
  • il nostro terrore di essere messi da parte, fraintesi, ridicolizzati.

Pregandola seriamente ci si accorge di quanto l’io cerchi costantemente conferme. L’umiltà, qui, non è piacere di soffrire, ma desiderio di una libertà più grande: quella di non essere determinati dall’applauso o dal fischio.

In un certo senso, la litania ci educa a un nuovo centro: non io e la mia immagine, ma Cristo “mite e umile di cuore”, che accetta di essere giudicato, respinto, ignorato, senza smettere di amare.


4. I gradini dell’umiltà: Bernardo di Chiaravalle e la scuola benedettina

Molto prima di Merry del Val, la tradizione monastica aveva riflettuto sull’umiltà in termini di “gradini” o “scale” interiori.

  • San Benedetto, nel capitolo 7 della Regola, descrive una vera e propria scala di dodici gradi di umiltà, che parte dal timore di Dio e dall’obbedienza, passa per la capacità di accettare correzioni, di riconoscere la propria inferiorità, di moderare la parola, fino a una pace interiore in cui l’umiltà diventa spontanea.
  • Su questa base, Bernardo di Chiaravalle elabora nel XII secolo il trattato I dodici gradi dell’umiltà e della superbia, sviluppando parallelamente una “scala” di discesa (umiltà) e una “scala” di salita (superbia).

In questa ottica, l’umiltà non è uno stato emotivo ma un percorso pedagogico. Alcuni passaggi tipici:

  1. smettere di seguire sempre la propria volontà;
  2. imparare l’obbedienza concreta;
  3. accettare di essere giudicati e corretti;
  4. non cercare di distinguersi continuamente;
  5. arrivare a una quieta consapevolezza di essere piccoli davanti a Dio.

È un cammino che ha risonanze molto attuali: in un mondo che ci spinge alla self-promotion permanente, queste pagine monastiche sono quasi un contro-manuale di “personal branding”.


5. “Imitare Cristo”: umiltà come stile di vita nascosto

L’Imitazione di Cristo, il grande classico devoto della Devotio Moderna (XV sec.), insiste con forza sulla discrezione, sul nascondimento, sul non cercare grandezze. Secondo la tradizione, Thomas à Kempis scrive in un contesto dove la vita interiore viene posta al centro, anche a costo di una certa diffidenza verso le esibizioni esteriori.

L’itinerario che propone passa attraverso alcuni movimenti chiave:

  • non attribuirsi il bene: ogni dono è grazia;
  • accettare di essere dimenticati: non è importante “chi” fa qualcosa, ma che il bene si compia;
  • fuggire le lodi inutili: chi cerca troppo di piacere agli uomini rischia di perdere il gusto delle cose di Dio.

Non sorprende che questo testo abbia influenzato profondamente figure come Teresa di Lisieux, che costruirà la sua “piccola via” proprio come via di umiltà, piccolezza, fiducia illimitata nella misericordia.


6. Umiltà oggi: qualche traccia pratico-contemplativa

Che cosa possono dire queste voci a chi oggi vive immerso tra algoritmi, performance, visibilità?

Alcuni spunti, senza trasformarli in ricetta:

  1. Fare verità sulle proprie “liturgie” di approvazione
    • Da che cosa misuro il mio valore? Dall’engagement? Dalle risposte? Dagli inviti che ricevo?
    • Che cosa succede dentro di me quando vengo ignorato, non menzionato, superato?
  2. Praticare gesti nascosti
    • Piccoli atti di servizio che nessuno vede e nessuno saprà mai;
    • Decisioni consapevoli di non intervenire per prendere il merito, di lasciare spazio agli altri.
  3. Chiedere umiltà, non umiliazioni
    • L’umiltà cristiana non cerca il male, non gode del disprezzo;
    • chiede piuttosto la libertà di non essere posseduti dalla fame di riconoscimento. La Litania dell’umiltà può essere pregata proprio in questo senso: come atto di fiducia, non di autodenigrazione.
  4. Coltivare la conoscenza di sé alla luce di Dio
    • Un serio esame di coscienza, un accompagnamento spirituale, la lectio divina sono luoghi concreti dove imparare a guardarsi senza trucco né condanna.

In fondo, il movimento dell’umiltà è un movimento di sgravamento: smettere di reggere da soli la propria immagine e lasciare che il proprio valore riposi in Qualcun Altro.


7. Una virtù di soglia

Per un progetto come Narthex, che vuole essere “soglia” piuttosto che sala d’onore, l’umiltà è più di una virtù morale: è un criterio di lettura della realtà ecclesiale e culturale.

  • È umile un discorso spirituale che non pretende di avere l’ultima parola, ma di aprire spazi.
  • È umile una teologia che sa restare in ascolto delle ferite reali delle persone, evitando sia i moralismi sia le autoassoluzioni facili.
  • È umile una Chiesa che non teme di riconoscere i propri peccati, pur continuando a proclamare il Vangelo.

Forse, alla fine, l’umiltà è proprio questo: accettare di restare nel narthex – quello spazio di soglia, tra piazza e navata – e da lì guardare il mondo e le tradizioni, senza possederle, ma lasciandosi convertire da esse.


Bibliografia essenziale

In lingua italiana

  • Teresa di Gesù (d’Avila)Il Castello interiore (varie edizioni italiane, ad es. Paoline, San Paolo).
  • Teresa di Gesù (d’Avila)Cammino di perfezione (varie edizioni).
  • Tommaso da KempisImitazione di Cristo (numerose traduzioni italiane; classico della devozione).
  • Bernardo di ChiaravalleI gradi dell’umiltà e della superbia (ed. Qiqajon, Bose, o altre edizioni italiane del trattato The Twelve Degrees of Humility and Pride).
  • Teresa di Gesù Bambino (di Lisieux)Storia di un’anima (varie edizioni).
  • Rafael Merry del ValLitania dell’umiltà (testo devozionale reperibile nei principali sussidi di preghiera e online sui siti cattolici).

In lingua inglese

  • Teresa of ÁvilaThe Interior Castle or The Mansions, trad. E. Allison Peers o Mirabai Starr.
  • Teresa of ÁvilaThe Way of Perfection (numerose edizioni in inglese).
  • Thomas à KempisThe Imitation of Christ (edizioni critiche e popolari; consultabile anche gratuitamente online).
  • Bernard of ClairvauxThe Twelve Degrees of Humility and Pride.
  • Dietrich von HildebrandHumility: Wellspring of Virtue (Sophia Institute Press, 1997): una riflessione filosofico-spirituale moderna sull’umiltà come “sorgente” di tutte le virtù.
  • J. Augustine Wetta, O.S.B.Humility Rules: Saint Benedict’s Twelve-Step Guide to Genuine Self-Esteem (Ignatius Press): lettura contemporanea e accessibile della scala benedettina dell’umiltà.

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